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La fava larga di Leonforte

 

 

 

La fava larga di Leonforte è un prodotto che da sempre lega la sua importanza e la sua fama al territorio di coltivazione come anche il nome dimostra. Risulta riconosciuta tra i prodotti agroalimentari tradizionali italiani ed inserita nell’apposito elenco pubblicato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. La fava larga di Leonforte, per il legame con il territorio, le antiche modalità di coltivazione, gli usi nella cucina tradizionale ed il serio rischio di abbandono della coltura è stata riconosciuta dalla fondazione Slow Food per la biodiversità tra i “presidi” ed in più occasioni si è ritrovata presente nella vetrina internazionale del Salone del Gusto di Torino.

Fava larga leonforte

La fava larga di Leonforte, come anche indica il nome, è una particolare leguminose che si caratterizza per le elevate dimensioni del seme (risulta essere la fava dimensionalmente più grande d’Italia); tra le altre caratteristiche di pregio che fanno apprezzare il prodotto da moltissimi estimatori ed affermati chef si evidenziano: la facile cottura (la fava e “cucivuli”); la scarsa farinosità (che la rende particolarmente gustosa e facilmente digeribile); l’elevato contenuto proteico, vitaminico e di sali minerali. Come per altre leguminose aziendali, derivanti da antichi ecotipi locali, per nulla interessati dal miglioramento genetico, le produzioni non risultano stabili (a volte sono anche molto basse), si caratterizza per l’impossibilità di meccanizzare le varie tecniche colturali (semina, sarchiatura, mietitura e trebbiatura), le stesse, come nel passato, vengono ancora oggi eseguite manualmente; infatti dopo la semina, effettuata tra fine novembre inizio di dicembre, a postarelle (“zotte”) e l’emergenza delle giovani piantine, si eseguono tutta una serie di rincalzature e scerbature manuali (al fine di favorire l’accestimento della pianta ed eliminare le erbe infestanti); in genere, nella seconda quindicina del mese di maggio si iniziano le operazioni di mietitura (a macchia di leopardo, tagliando con la falce solo le piante mature che presentano i baccelli rivolti verso il basso per la perdita del naturale turgore), le piante così tagliate, fatte essiccare al sole in piccoli covoni, vengono trasportate nell’aia dove si esegue la trebbiatura e la separazione, con la forza dell’uomo e l’energia del vento, della paglia dal prodotto.

Le fave così ottenute, dopo selezione manuale (eliminazione dei semi difettosi) è pronta per le tavole dei consumatori. La fava larga di Leonforte o “fava turca” come localmente viene anche indicata, ha rappresentato per molti secoli la “carne dei poveri”; per le popolazioni locali, il consumo di questo legume (che come prodotto secco risulta di facile e lunga conservazione) assieme a quello dei cereali e derivati (frumento duro) ha rappresentato la base della dieta giornaliera delle classi meno abbienti (l’elevato contenuto proteico ed il particolare profilo amnoacidico delle fave completandosi con quello dei cereali, sostituiva le proteine nobili – di alto valore biologico – dei prodotti di origine animale). L’elevata richiesta di manodopera per l’effettuazione delle varie pratiche colturali e gli elevati costi della stessa, ha portato, negli anni, la coltura ad attraversare un lento e continuo declino fino ad essere presente nel territorio solo per poche decine di ettari.